Bucaneve
Sapete cos’ero, come vivevo? Sapete
cos’è la disperazione; allora
l’inverno dovrebbe avere senso per voi.
Non mi aspettavo di sopravvivere,
con la terra che mi schiacciava. Non mi aspettavo
di svegliarmi, di sentire
nella terra umida il mio corpo
capace di rispondere di nuovo, ricordando
dopo tanto tempo come riaprirsi
nella luce fredda
della primissima primavera:
impaurito, sì, ma di nuovo fra voi
gridando sì, rischia la gioia
nel vento aspro del nuovo mondo.
Louise Glück
Stamani camminavo sotto un cielo lucido d’azzurro, sospinta da un vento di tramontana.
I prati, intanto, già punteggiati dal sorriso semplice e gioioso delle margherite.
Febbraio per me è il cuore bianco dell’inverno che custodisce silenziose trasformazioni.
È il bianco denso di nuvola, d’ovata, di latte, capace di contenere in un abbraccio tutti i colori.
Profondo e abissale non è solo il nero.
Un’estate di tanti anni fa ho visto al cinema un film di Kim Ki-Duk intitolato “Primavera, estate, autunno, inverno e… ancora primavera”.
Ricordo la difficoltà di sintonizzarmi su di una narrazione così rarefatta, la fatica di provare a sentire. Semplicemente sentire, senza che vi sia qualcosa da capire.
Uscimmo dal cinema disorientati, forse anche un po’ delusi, eppure quel titolo -col suo evocare la ciclicità delle stagioni- ha continuato a risuonarmi dentro per tutti questi anni. Come un seme sotto la neve. Come una domanda che mi lavorava dentro senza che me ne accorgessi.
Durante questi anni mi pare di aver coperto quella distanza che mi impediva di sentire la ciclicità delle stagioni evocata dal film, fuoriuscendo da una lettura fattuale che mortifica la comprensione sul piano dell’ovvietà.
Limitarsi ad assistere al susseguirsi delle stagioni non significa vivere e sentire veramente la ciclicità. Perché questo accada, abbiamo bisogno di accordarci a questo tempo circolare, riconoscere e tessere una connessione. Nel mio caso si è trattato di un’apertura, dello sguardo e del cuore, alla quale solo oggi riesco a dare un nome.
Una ricerca non intenzionale che, come un viaggio a ritroso, dal pensiero mi ha riportata all’emozione resa più densa e consistente dal sentire, per poi tornare al pensiero. Un pensiero finalmente sentito.
Per anni ho chiesto ai primi fiori di febbraio d’insegnarmi la lezione della fioritura, come il germoglio si fa strada nel ghiaccio.
Oggi provo a restare in un tempo senza attese, respirando questa natura risvegliata che mi avvolge e com-prende in un contagio di fioritura.

