Tempo fa ho visto una serie turca bellissima -“Ethos”- il cui titolo originale “Bir Başkadır” potrebbe essere tradotto “é un’altra cosa” o “è tutt’altra cosa”…
L’ultimo libro di Emmanuel Carrère “Yoga”, mi riporta alla mente questa espressione: l’idea di una dimensione altra -rispetto a ciò che potrebbe sembrare in apparenza- una dimensione costantemente evocata, ma, quasi per definizione, mai pienamente raggiungibile. Svelabile. Perché c’è sempre una zona d’ombra, qualcosa che resta fuori…
“Yoga” mi ha lasciato dentro una sensazione di acque torbide, a dispetto dei continui rimandi “alla verità” da parte dell’autore; la sensazione di non riuscire a fidarmi delle sue parole, forse proprio alla luce del loro potere seduttivo. Accattivante.
Sarà che negli ultimi tempi un elemento che ricorre nelle letture che più mi hanno colpita è proprio legato a quanto la voce dell’autor* mi arrivi autentica. Vera.
Non è la “verità dei fatti” ad interessarmi, ma quella verità emotiva, quel provare -nei limiti dei propri autoinganni- a non barare, che può emergere cristallino anche in una narrazione inventata… perché “è un’altra cosa”, appunto, qualcosa che si sente…
In “Yoga”, invece, nonostante Carrère racconti una fase molto drammatica della sua vita
-a dispetto della sua iniziale intenzione di scrivere un libro “arguto ed accattivante” sullo yoga- l’interrogativo che mi ha accompagnata per tutta la lettura è stato dove finisse l’autoinganno e dove, invece, iniziasse l’inganno. Un tema non a caso centrale entro la questione del narcisismo, ma questa “è un’altra cosa”…
Seguitano anche a risuonarmi i due aggettivi utilizzati a più riprese per descrivere il libro sullo yoga che poi, a detta di Carrère, sarebbe diventato “un’altra cosa”. Arguto e accattivante. Ma sarà davvero così?
Nella mia esperienza di lettura, il libro resta arguto e accattivante anche quando la narrazione prende una piega totalmente diversa… come se qualcosa di centrale seguitasse a restare nell’ombra, esattamente come accade all’inizio del romanzo, quando lo scrittore omette agli organizzatori del seminario di meditazione Vipassana a cui prende parte di essere lì anche in ragione del libro che vuole scrivere.
Questo non detto pone Carrère non pienamente dentro l’esperienza del seminario di meditazione, divenendo la premessa che organizza tutta la narrazione, compreso il discorso sullo yoga e la meditazione.
Portarsi tutti dentro la propria storia, le esperienze che si vivono, credo abbia a che fare con la verità complicata e ambivalente delle proprie emozioni, delle proprie parti, e in questo, spesso, c’è poco di accattivante ed arguto…
L’ambivalenza ha attraversato tutta la mia esperienza di lettura, come se non riuscissi a trovare mai una giusta distanza. Come se non potessi pacificarmi. Per questo Yoga continua ad interrogarmi, anche a distanza di giorni, impedendomi di allontanarmi.
