La piazza del Diamante

La piazza del Diamante, il romanzo più celebre della scrittrice catalana Mercè Rodoreda, edito da La Nuova Frontiera, è il libro di cui vorrei parlarvi oggi, in questo ultimo post dell’anno.

Il romanzo si apre con l’immagine di Natàlia, la protagonista, vestita di bianco da capo a piedi, e si chiude con il cielo riflesso in una pozzanghera, sparpagliato dal becco di uccelli che vi si lanciano dentro, mentre “mescolano il cielo con il fango… felici.” Felici è la parola con cui si chiude questo prezioso romanzo; una felicità che non ha nulla di idealizzato, ma che -verrebbe da dire- è impastata di fango e cielo, ponendosi come punto di arrivo del travagliato viaggio esistenziale della protagonista.

La piazza del Diamante racconta la storia di Natàlia, dalla giovinezza alla maturità, sullo sfondo della guerra civile spagnola. È lei stessa a raccontarla, con una voce che si trasforma via via, riflettendo il cambiamento della protagonista, che si ritrova investita da una serie di eventi sempre più drammatici, che la spingono sull’orlo di un precipizio. Il candore evocato dall’immagine di apertura del libro, con Natàlia vestita a festa e letteralmente trascinata dall’amica in piazza del Diamante, mi fa pensare al cielo che ritroviamo nel finale. Un cielo riflesso e racchiuso in una pozzanghera… un cielo che ha toccato terra.

La voce di Natàlia, nella prima parte del romanzo, appare ingenua, semplice, disarmata. L’incontro con Quinet -che diverrà poco dopo suo marito- è il primo evento che la travolge, lasciandola imbambolata, un po’ come le bambole che si incanta a guardare nella vetrina di un negozio di Barcellona. Quinet che -letteralmente- la espropria del suo nome, ribattezzandola Colombetta, senza che lei possa farci nulla. Quinet che la costringe a rinunciare al lavoro in pasticceria che tanto le piace; Quinet che – in un altro passaggio dal valore fortemente evocativo- la trascina in spericolati giri in moto che la terrorizzano. Quinet che, dopo la nascita dei loro due bambini, Antoni e Rita, riempirà il solaio della loro casa di uccelli, decidendo di avviare un allevamento di colombi che Natàlia-Colombetta, arriverà ad odiare.

Non è stato semplice, emotivamente, leggere questa prima parte del romanzo: la voce di Natàlia ci restituisce tutta l’impotenza e la passività dell’esser vittima. Condizione che vorremmo difensivamente relegare nel là e allora di questa storia, ma che, invece, ancora troppo da vicino ci riguarda.

Eppure, il disagio provato nell’ascoltare la voce di Natàlia, mi pare il riflesso della grandezza della Rodoreda, che riesce a far emergere quel senso di ineluttabilità insito nell’essere vittima, trasformandolo, appunto, in una voce, credibile, vera, senza scivolare mai su di un piano retorico o didascalico.

Agli occhi di Natàlia, la propria esistenza è qualcosa di fattuale. Qualcosa che non può cambiare, e che pare quasi non appartenerle. Eppure, lentamente qualcosa inizia a muoversi in lei: se da un lato il precipitare degli eventi sul piano macro della Storia, irrompe e destabilizza drammaticamente la vita della sua famiglia, dall’altro qualcosa di più sottile, profondo, accade prima in lei, nel momento in cui decide di dare inizio alla sua grande rivoluzione contro i colombi. Una vera e propria guerra, silenziosa, tenace estenuante, che ingaggia con i colombi che oramai le hanno invaso la casa, al fine di costringerli ad andar via.

La piazza del diamante è un romanzo attraversato da una potente dimensione simbolico-affettiva, che a tratti sospinge il lettore su di un piano sospeso tra il reale e l’onirico, facendogli sperimentare quel senso di vertigine, smarrimento, che si prova quando si sfiora un limite… tra veglia e sogno, realtà e follia, così come accade a Natàlia. Penso alla presenza, carica di ambiguità, dei colombi che le invadono la casa, ma anche la mente… colombi che fanno da eco al suo altro nome -Colombetta- e che sembrano non abbandonarla neanche nella nuova vita dopo la guerra…

Non entro ulteriormente negli sviluppi della vicenda per non anticipare troppo; spero comunque, attraverso questi spunti, di essere riuscita farvi intuire la ricchezza custodita all’interno di questo libro.

Una ricchezza che respira nella voce semplice della protagonista, la cui anima vive, si dispiega, cade, r-esiste con dignità e coraggio, rivelando una forza inaspettata.

Non è possibile condensare all’interno di una definizione i tanti piani presenti all’interno di questo romanzo; sono tante le piste che si potrebbero seguire…

Provando, tuttavia, ad azzardare una definizione, per me La piazza del Diamante è la storia di una donna che riesce a (ri)appropriarsi del proprio nome – della propria vita- nel momento in cui si riconosce il diritto di liberarsi dei fantasmi del passato, incidendo, dopo tanti anni, l’altro nome -Colombetta- sul muro della vecchia casa, in una notte sospesa tra sogno e realtà…

La signora Enriqueta mi aveva detto che avevamo molte vite, l’una intrecciata all’altra, ma che una morte o un matrimonio, qualche volta, non sempre, le separava, e allora la vita vera, libera da tutti i fili della vita misera che l’avevano legata, poteva vivere come avrebbe potuto vivere da sempre se le vite misere e infelici l’avessero lasciata sola. E diceva, le vite intrecciate si azzuffano e ci tormentano e noi non ne sappiamo niente del lavoro del cuore né del rimescolio delle budella… “


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