L’ottica della Psicologia della Salute in psicoterapia: -appunti per la descrizione di uno sguardo-

 

 (..) Siamo  lì

buttati in una trama di cambiamento incessante,

siamo un magazzino 

di semi, sotto la neve

fitta dei  pensieri,

tesi al caldo

porosi alla luce,

siamo.

(Chandra Livia Candiani,  da “Fatti vivo”)

Vorrei proporre qui di seguito alcune riflessioni sulla questione del rapporto tra Psicologia della Salute e psicoterapia; un rapporto, a mio avviso, tutt’altro che scontato, che mi ha portata ad interrogarmi su cosa significhi lavorare in ambito clinico, avendo alle spalle anche una formazione in Psicologia della Salute. Questi appunti non hanno la pretesa di esaurire il tema, né di trattarlo in modo sistematico, quanto piuttosto di aprire delle piste, proponendo delle possibili linee di riflessione.

Da un lato -mi verrebbe da dire- c’è il piano delle definizioni, delle parole d’ordine relative ai modelli, dall’altro siamo confrontati con una dimensione più sostanziale, legata allo sviluppo di una prassi, fortemente connessa all’unicità del proprio percorso professionale ed esistenziale. Alla propria storia.

Mi torna in mente l’idea dei tre livelli di competenze, proposta dalla mia Scuola di Specializzazione: sapere – saper essere – saper fare, connessi, rispettivamente, ad un piano teorico, ad un piano che definirei emozionale-esperienziale, e, infine, ad un piano metodologico, con la dimensione del saper essere a fare da ponte, ma anche da premessa irrinunciabile che sostiene le altre due. Restare sul piano teorico delle definizioni equivale a proporre delle parole chiave che poco dicono, se si smette di interrogarle; se non le si riempie di un senso personale -riflesso di un’appropriazione- che permetta di fuoriuscire dalla retorica, attingendo a quel piano esperienziale che accennavo in precedenza. Mi accorgo di questo ogni volta che qualcuno mi domanda quale sia il mio orientamento psicoterapeutico, quale sia la mia Scuola di riferimento. Posso, evidentemente, rispondere che mi riconosco in un orientamento di psicoterapia piscodinamica, ma che sono anche una specialista in Psicologia della Salute; posso difendermi arroccandomi dentro queste dichiarazioni di appartenenza, ma molto poco dico davvero all’altro.

Provo a spiegarmi con un esempio. Una delle premesse centrali della Psicologia della Salute è il cambio di paradigma, concettualizzato nei termini di passaggio dalla prevenzione della malattia, alla promozione della salute. Ne consegue un’idea della psicoterapia che si propone di portare in figura e valorizzare le risorse dell’altro, piuttosto che declinarsi dentro la logica di funzionamento del modello medico di cura/correzione del deficit. Tale cambio di prospettiva non può evidentemente limitarsi ad un cambio di vocabolario, altrimenti il rischio che si corre è quello di utilizzare parole diverse per evocare, di fatto, i medesimi concetti. Non basta iniziare a chiamare un paziente cliente, per fuoriuscire da un’idea di relazione terapeutica quale mimesi del modello medico! Cosa rende possibile, allora, questo cambio di prospettiva?

La prospettiva cambia se riesce a cambiare lo sguardo attraverso cui leggiamo e sentiamo la realtà. Uno sguardo clinico, intimamente connesso alla dimensione del saper essere. Uno sguardo largo, aperto, inclusivo, che cerca di accogliere la realtà propria e dell’altro, tollerandone la complessità e l’ambivalenza. Uno sguardo che tenta di tenere assieme luci ed ombre, senza scivolare nella negazione di una delle due parti.

Dentro uno scenario di questo tipo, la salute non si pone come punto di arrivo idealizzato e definitivo, ma evoca, piuttosto, l’idea di un equilibrio in divenire, che si costruisce un passo alla volta, attraverso lo sviluppo di competenze che permettano di dare vita a forme di relazione ed adattamento alla realtà sentite come più salutari, appunto.

Mi torna in mente la definizione di salute proposta dall’epistemologo Canguilhem:

La salute è un margine di tolleranza nei confronti delle infedeltà dell’ambiente

Nel nostro immaginario, il termine tolleranza tende ad evocare dimensioni di passività, rassegnazione, sopportazione, che poco spazio sembrerebbero lasciare ad elementi creativi e vitali, o a vissuti di soddisfazione … mi domando se tale rappresentazione non sia il riflesso di una visione dualistica, inevitabilmente polarizzata e semplificata del reale, che vede contrapposti attivo e passivo, vittorie e sconfitte… salute e malattia?

La tolleranza della definizione di Canguilhem, evoca, a mio avviso, una competenza ad entrare in rapporto con la realtà in modo flessibile, creativo e fiducioso, a partire dallo sviluppo di una consapevolezza di sé, delle proprie modalità di funzionamento e di relazione con il reale. Ciascuna di queste parole – consapevolezza- flessibilità – creatività – fiducia – richiederebbe una trattazione a parte; in questo momento mi limito a sottolineare come la fiducia si ponga come premessa irrinunciabile per l’emergere e lo sviluppo delle altre.

Aldilà delle storie individuali, aldilà delle questioni alla base della domanda di psicoterapia, un elemento che mi appare strettamente connesso all’intensità della sofferenza, è proprio la crisi di fiducia… nella possibilità di un cambiamento, nell’affidabilità propria e/o dell’altro. Fiducia che, alla stregua di un terreno che tradisce, sembra essersi andata sgretolando sotto i piedi, un pezzetto alla volta, o, magari, nella narrazione che l’altro si racconta, è venuta meno all’improvviso, lasciando disarmati ed inermi, o, alle volte, semplicemente non c’è mai stata, e tale assenza viene vissuta e descritta come un dato di fatto, rispetto al quale nulla è possibile…

Lo sguardo clinico di cui parlavo all’inizio, è necessariamente uno sguardo fiducioso, pena il fallimento della relazione psicoterapeutica. Tale fiducia non va immaginata in una chiave ideologica, prescrittiva, tanto per restare in ambito medico. La penso, piuttosto, come una qualità dello sguardo irrinunciabilmente connessa al proprio percorso esistenziale, e ad un lavoro di analisi personale.

Ma fiducia in cosa? Ci si potrebbe domandare. Fiducia nel processo, risponderei, citando un’espressione di una mia insegnante di specializzazione a cui molto debbo.

Fiducia nella possibilità di fuoriuscire dalle secche dello stallo, dalla chiusura paralizzante e claustrofobica della ripetizione, a patto di permetterlo, un movimento, a partire da una resa, e da una accettazione di ciò che -nell’hic et nunc- c’è ed è. Fiducia nella possibilità di intravedere aree di salute anche entro scenari ed assetti nei quali la malattia è divenuta segno distintivo, potente organizzatore emozionale attorno al quale far ruotare la narrazione della propria storia.

Più che sul piano della parola, la fiducia sembrerebbe dispiegarsi su quel terreno affettivo esperienziale -inconscio- che attraversa ed organizza la relazione; potremmo dire che è qualcosa che si sente, rispetto alla quale non possiamo mentire. Nella pratica clinica, l’avere fiducia diviene quella premessa che permette di stare con quello che c’è, fare contatto con esso, imparare ad accoglierlo, sentirlo, così da poterlo anche pensare e dire. Interrogare. Arrivare a sentire e a riconoscere questa fiducia si configura come un passaggio nodale di un percorso psicoterapeutico, se non addirittura come un punto di arrivo, espressione di un’avvenuta interiorizzazione ed appropriazione di questa qualità dello sguardo.

Mantenere la fiducia, dentro e fuori la stanza della psicoterapia, richiede una forza, riflesso di una capacità di riuscire a re-stare dentro la complessità di un processo -la psicoterapia, la vita…- che spesso non ha nulla di scontato o lineare. Riconoscere e valorizzare aree di salute anche laddove sembrerebbe esserci spazio solo per la malattia, è un processo che non ha nulla a che fare con la negazione, o il ridimensionamento ottimistico delle criticità; non è, in altri termini, una fuga dalla realtà, quanto, piuttosto, il tentativo di fare contatto con essa, aprendosi alla possibilità di sentire e pensare la relazione con il reale in tutta la sua imprevedibile, destabilizzante, imperfetta bellezza.

(…) Saranno tue parole per coloro IMG_4624

che nel dolore, dietro i finestrini,

appoggiano la fronte sulla mano

sopra un treno in ritardo

carico di destini, di gonfi piedi

e gambe. Sguardo perso lontano.

Casa lontano.

                                                                      Casa lontano. Lontanissimo in cielo.

                                                                      Farai il tuo canto. Cuore. A squarciagola.

                                                                     Stai quieto ora. Tornerà.

                                                                     Tornerà la giovane parola. 

(Mariangela Gualtieri, da “Le giovani parole”) 

 


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