Non c’è niente da spiegare

Una professoressa dell’Università una volta mi disse che chi pensa “bene”, non pensa più di tre pensieri. All’epoca, le sue parole mi spiazzarono e frustrarono un po’, presa com’ero dalla fantasia che la ricchezza del proprio discorso fosse anche una questione di quantità…

Oggi, le parole di questa docente mi tornano in mente, ed ho la sensazione di coglierne maggiormente il senso, di essermene appropriata, sopratutto rispetto al lavoro terapeutico. Sarà forse anche per questo che nel tempo ho finito per sentirmi più coinvolta dal registro poetico, che da quello narrativo. Dalla fantasia di una parola che, per ragioni il più delle volte inspiegabili, riesce a fare, produrre qualcosa dentro di noi. Una parola che sentiamo, prima ancora di capire. Una parola che, talvolta, ci abita già dentro, ma che ha bisogno che si apra un vuoto – distante dalla pienezza del discorso- per poter essere ascoltata e detta.

La poetessa Chandra Livia Candiani nel libro “ma dove sono le parole?” parla della poesia come di un evento che può visitarci, a patto che  riusciamo a metterci in ascolto di noi stessi; è a partire da questa premessa che prende vita e consistenza l’esperienza dei suoi seminari di poesia in alcune scuole elementari della periferia milanese. È all’interno di questo spazio, fatto di presenza ed accoglienza, che bambini provenienti da realtà spesso disagiate e minoritarie, trovano le parole. Fanno poesia.

Ritrovo qualcosa di simile nella relazione terapeutica, non certo perché questo sempre avvenga, ma perché è questo -credo- il cuore del processo terapeutico, l’evento trasformativo che fa accadere un cambiamento. La possibilità di risalire -o per meglio dire ridiscendere- a quelle parole prime che ci parlano di dove siamo, di come stiamo, di cosa sentiamo, di cosa abbiamo bisogno, il più delle volte soffocate dal rumore di fondo della vita, e da un parlare che cerca solo di non dire…

Allora, allo spiegare ho iniziato a preferire l’accogliere e al pieno spesso illusorio di una risposta, l’attesa, fatta di fiducia e di presenza, che la parola accada.


Mappa per l’ascolto



Dunque, per ascoltare

avvicina all’orecchio

la conchiglia della mano

che ti trasmetta le linee sonore

del passato, le morbide voci

e quelle ghiacciate,

e la colonna audace del futuro,

fino alla sabbia lenta

del presente, allora prediligi

il silenzio che segue la nota

e la rende sconosciuta

e lesta nello sfuggire

ogni via domestica del senso.


Accosta all’orecchio il vuoto

fecondo della mano,

vuoto con vuoto.

Ripiega i pensieri

fino a riceverle in pieno

petto risonante

le parole in boccio.


Per ascoltare bisogna aver fame

e anche sete,

sete che sia tutt’uno col deserto,

fame che è pezzetto di pane in tasca

e briciole per chiamare i voli,

perché è in volo che arriva il senso

e non rifacendo il cammino a ritroso,

visto che il sentiero,

anche quando è il medesimo,

non è mai lo stesso

dell’andata.


Dunque, abbraccia le parole

come fanno le rondini col cielo,

tuffandosi, aperte all’infinito,

abisso del senso.


Chandra Livia Candiani 


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