… post di fine anno. Non è il post, articolato e strutturato che avrei voluto scrivere, ma, più realisticamente, il post che riesco a buttare giù, tentando di fissare dettagli, pensieri, con la scrittura che diviene setaccio, entro cui si impigliano poche dense parole.
Ripenso allo spazio vago, l’incipit di questo blog; ad un senso -e ad un percorso- che non è dato a priori, ma va delineandosi a mano a mano; all’emergere di connessioni impreviste ed insperate, che si lasciano conoscere solo alla fine.
Posta di fronte ad un altro anno che si chiude, sento il bisogno di soffermarmi e fare spazio a quanto ho voglia di portare con me, mantenere, piuttosto che sugli elementi -inevitabilmente sempre presenti- da gettare via. Mi vengono, allora, in aiuto le parole: quelle che non penso, ma più visceralmente sento, quando riesco a fare silenzio dentro, e loro, semplicemente, accadono.
Luce è la parola che porto con me quest’anno; parola che mi sono accorta di aver scoperto, senza averla mai intenzionalmente cercata.
“Qui apprendista della luna raccoglie luce”
Prendo in prestito un verso di una poetessa che amo tanto -Chandra Livia Candiani- per delineare un’immagine, più pregnante ed immediata di tante spiegazioni.
Penso alla luce come ad una dimensione dell’esperienza, ad una parte della vita, che si fa strada nel buio, resistendo ed esistendo, nonostante l’oscurità. Penso ad una luce che chiede di essere r-accolta, alimentata, nella sua luminosa precarietà. Ad un’intensità, una forza, che necessitano di unità di misura inedite per poter essere riconosciute e colte nelle loro potenzialità.
Luce ė allora, per me, una candela che non rinuncia a brillare in una notte senza stelle, il raggio che passa attraverso una feritoia, piuttosto che una giornata di pieno sole. Da notare come feritoia abbia la medesima radice di ferita: a ricordarci, forse, come la luce si faccia strada e si manifesti anche attraversando aperture, tagli. Feritoie. Non a caso, quest’anno, l’ho cercata nell’universo poetico, carico di inquietudine e meraviglia di Sylvia Plath, o, più in generale, in tutti quegli sguardi, quelle visioni, che riescono a tollerare le contraddizioni ed i limiti della realtà, senza per questo mortificarne la bellezza.
Rileggo il verso di Chandra Livia Candiani, e credo che contenga tutto, nella sua preziosa essenzialità. C’è infatti la luce, ma c’è anche un’apprendista della luna (Chandra significa Luna…) che la raccoglie. Un po’ a dire, credo, che a noi sta la responsabilità dello sguardo, premessa indispensabile per poterla riconoscere questa luce, r-accogliendola ed alimentandola dentro di noi. Luce che ci precede e che ci attraversa…
Concludo con una poesia ed una foto, scattata in un mattino grigio in una strada del mio quartiere a sua volta decisamente grigia, quando uno sprazzo di luce d’oro ha catturato la mia attenzione, inducendomi a fermarmi un attimo e a godermi quella vista bella ed inaspettata. Quanto alla poesia -quella da cui è tratto il verso prima citato- resto in un silenzio pieno e grato.
Buon anno!
Adesso che non so più niente
che il vuoto è bella dimora
che ho passi senza arsura
che siedo e imparo
a esitare, adesso
che non sei più al centro
e quello che conta non è più
al centro
ma spostato
tra le mani
dove le dita si disarmano
e fanno un gesto limato,
adesso questa categorica bellezza
di rami e cieli
pugnala solo
perché entri luce.
(Chandra Livia Candiani)
