C’è una meta
per il vento dell’inverno
il rumore del mare
(Ikenishi Gonsui)
Ci sono parole che mi fanno pensare a delle finestre spalancate su di uno scenario immediatamente visibile: sono parole trasparenti, frutti già sbucciati, che si lasciano facilmente conoscere ed assaporare. Altre, invece, possiedono serrature che chiedono di essere aperte, per accedere ad un nucleo emozionale che pare volersi sottrarre ad una comprensione di superficie; sono parole-conchiglia che, se penetrate rivelano un nucleo emozionale inaspettato, che spiazza e perturba, dando vita ad un contrasto tra il Dentro ed il Fuori, tra ciò che appare in superficie, e ciò che è custodito all’interno.
Non c’è contraddizione tra questi due piani, non c’è un “senso autentico”, più profondo, che si contrappone ad un significato fittizio di facciata: c’è, semplicemente, una ricchezza complessa e complicata, che si sprigiona dalla relazione/incontro tra questi livelli.
È da una di queste ultime parole che vorrei partire oggi, per quello che credo sarà l’ultimo post dell’anno; una parola che racchiude un segreto e, forse, un augurio… Ma procediamo con ordine… La parola è ARRENDERSI.
All’interno della nostra cultura, questo verbo tende ad assere associato al tema della sconfitta, alla passività di chi getta le armi, alla rinuncia, quale presa d’atto di un fallimento: sembrerebbe molto complicato rintracciare dimensioni di risorsa, potenzialità, muovendo da questo genere di premesse. Eppure, esiste un’altra accezione della resa, intuibile partendo dall’etimologia della parola: arrendersi -dal latino ad reddo, riporto, riconduco- ci pone di fronte alla questione/azione della restituzione.
La resa, dunque, come restituzione di qualcosa … ma di cosa? Penso alla riconsegna di un potere, che, in realtà, non si è mai posseduto; alla sospensione di un controllo; all’accoglimento di ciò che è; al riconoscimento del proprio limite, rispetto ad un intervento sulla realtà che si pone come condizione necessaria, ma non sufficiente per il raggiungimento dei propri obiettivi e la realizzazione dei propri desideri. C’è sempre una quota d’estraneità -per definizione imprevedibile- che sfugge al nostro controllo, ai nostri sforzi, alle nostre pretese di azione: è quella zona che si pone oltre il nostro limite.
Arrendersi è allora, a questo livello, un processo, tutt’altro che passivo o rassegnato, connesso al riconoscimento di uno stato delle cose che chiede di essere accolto e non più illusoriamente controllato.
La questione del cambiamento è uno dei temi centrali, se non il Tema per antonomasia, dell’ambito psicologico-psicoterapeutico; una questione ineludibile a partire dalla quale le diverse Scuole hanno sviluppato le proprie teorie ed i loro modelli d’intervento. Non è questa la sede per addentrarci in questo tema, vorrei solo sottolineare come l’esperienza dell’arrendersi rappresenti, dal mio punto di vista, un passaggio cruciale ed indispensabile per il prodursi di un cambiamento.
Paradossalmente, non può esserci cambiamento, se non si è passati attraverso un’esperienza di resa, perchè c’è sempre qualcosa che chiede di essere accolto, riconosciuto, accettato, prima di poter essere, eventualmente, cambiato. Può trattarsi di uno stato interno, delle nostre emozioni, di una parte di sè, o di un aspetto della realtà: la dinamica è esattamente la stessa.
È, questo, uno dei passaggi più complicati e controintuitivi, all’interno dei percorsi psicoterapeutici, ma anche della “vita fuori”, perché riconducibile ad un lasciarsi andare/lasciare andare, che disorienta e destabilizza, rispetto al piano ben più rassicurante del cosa fare per cambiare, ancorato alla fantasia di un intervento il più tempestivo ed efficace possibile, utile a sbarazzarsi quanto prima del “problema”. Il lavoro psicoterapeutico di matrice psicodinamica si propone di produrre pensieri emozionati sulle proprie modalità di funzionamento, rendendo possibile l’emergere di una consapevolezza, e di un senso, attorno alla propria storia e ai problemi/questioni alla base della domanda d’aiuto, eppure…
Spesso capita di avvertire in modo lucido e disarmante -tanto per restare in tema di resa- che tutto questo, pur essendo assolutamente prezioso e nesessario, non basta per realizzare un cambiamento, perché, se da un lato è vero che il cambiamento è un percorso ed un processo che chiede di essere consapevolmente promosso e costruito, dall’altro, è altrettanto vero che, ad un livello più profondo, semplicemente accade quando deve accadere, seguendo una linea di sviluppo che si situa al di fuori del nostro controllo e del nostro potere d’intervento. Per dirla con il filosofo e sinologo francese Francois Jullien, è a queste trasformazioni silenziose che siamo chiamati ad arrenderci…
Aprono e chiudono questo post, due haiku che, con la loro forma essenziale e contemplativa, che pare dire oltre la parola, mi sono venuti in mente mentre scrivevo.
Nei campi di neve
verdissimo il verde
delle erbe nuove
(konishi Raizan)

