Leggendo Averno di Louise Glück

(Questo post riprende una parte della newsletter dello scorso dicembre. Mi fa piacere condividerlo qui sul blog, perché racconta qualcosa che ci tengo resti visibile e disponibile a chi si affaccia su Lo Spazio Vago,  e perché mi pare un modo per farvi un’idea della newsletter, se ancora non la conoscete.)

“… dicono che c’è una spaccatura nell’anima umana

che non fu costruita per appartenere 

interamente alla vita…”

Louise Glück è una poetessa statunitense nata a New York nel 1943 da una famiglia d’immigrati ebrei ungheresi. Come molti altri, è attraverso “Averno” che ho conosciuto questa autrice nel 2020, anno in cui ha vinto il Nobel alla letteratura. Un anno prima, la Dante & Descartes -che oltre ad essere una piccola casa editrice napoletana è anche una libreria- aveva pubblicato questa raccolta, forse ispirata anche dal suo titolo -Averno- un piccolo lago vulcanico che si trova vicino Napoli e che i Romani ritenevano fosse l’ingresso dell’oltretomba. 

Da due anni la copia di Averno -che ho la fortuna di avere in questa prima edizione- è fissa sul mio comodino, a raccontarmi un’esplorazione tutt’ora in corso. Averno è a mio avviso un corpo unico, l’ho capito anche a partire dalla difficoltà di scegliere una poesia, estraendola dal flusso poetico. 

Sono molteplici i temi attorno a cui si sviluppa la narrazione; io vorrei portare in figura il tema della frattura, che la G. esplora su livelli diversi, che si alternano e ricorrono nelle poesie della raccolta. La dimensione personale -autobiografica- dialoga con una dimensione universale, restituendo la sensazione di un continuo spostarsi, anche sul piano temporale. 

C’è il tempo della storia della poetessa, il tempo senza tempo del mito e il tempo ciclico della Natura. 

Frammenti della storia della G. si alternano e riflettono nel mito di Persefone -che torna in diverse poesie- e viene riletto in una chiave psicoanalitica. 

Una storia raccontata ponendo l’accento sui momenti di passaggio, gli attraversamenti, che marcano una frattura tra un Prima e un Dopo; una storia che ci riguarda tutte e tutti, con la poesia che, sin dal primo verso del primo componimento -le migrazioni notturne- ci invita ad entrare, a lasciarci coinvolgere: 

Questo è il momento in cui vedi di nuovo…”

Tu, che stai leggendo, vedi assieme a me… 

Parlo di frattura, leggendo Averno, pensandola in tutta la sua polisemia. Frattura è la ferita, la spaccatura dell’anima divisa tra terra e cielo. Frattura è Averno, il lago-cratere che mette in connessione il Sopra con il Sotto, la vita con la morte. Frattura è la scissione tra corpo e anima, che nell’universo poetico della G., evocano la terra-realtà da un lato, e l’ideale-spirito dall’altro. 

In rete è presente una lunga intervista della Glück, in cui la storia personale e la figura della poetessa s’intrecciano, si confondono, realizzando una connessione indissolubile. 

Eccola nuovamente, la frattura,

Tra vita e morte

Tra corpo e anima 

Tra terra e cielo

con la poesia che diviene ricerca e ricostruzione di senso, filo che RIPARA, ricuce, raccontando il danno, riconoscendolo. 

Ad un certo punto dell’intervista, G. fa riferimento, indirettamente, ai disturbi alimentari di cui ha sofferto da ragazza, raccontando di come, in quella fase, si sentisse totalmente identificata con la sua anima, presa dalla fantasia di una crescita spirituale e poetica che viveva il corpo come un intralcio. Un ingombro pesante e carico d’imperfezione. Eppure, racconta, proprio in quella fase la scrittura faticava a fluire, e le poesie -paradossalmente- avevano perso la loro anima… perché private del corpo -mi verrebbe da dire- scisse dal mondo, dalla materia… 

Tornare nel mondo, accettando di diventare un’insegnante, si configura come quel passaggio che le consente -ci racconta sempre la G.- di recuperare una relazione col proprio corpo e di restituire un corpo anche alla sua voce di poeta. 

Ci tenevo a provare ad illuminare questo aspetto di Louise Glück, perché mi pare porti in figura la dimensione SALVIFICA della sua poesia, come strumento attraverso cui raccontare e attraversare la frattura, recuperando una vitalità, raccontando la storia di una vita, in tutta la sua dolente bellezza. 

Spero di esserci riuscita, proponendo un vertice osservativo altro, rispetto ad una visione diffusa che schiaccia e liquida la storia della G. e il suo universo poetico entro la categoria della donna depressa, ex anoressica, evidentemente a disagio nel suo corpo e nella sua vita… 

È vero che non c’è abbastanza bellezza nel mondo.

È anche vero che non sono in grado di recuperarla.

Nemmeno candore, e qui potrei essere di qualche utilità.

Sono

all’opera, anche se sono silenziosa.

La blanda

miseria del mondo

ci lega da entrambe le parti, un viale

fiancheggiato da alberi; noi siamo

compagni qui, non parlando,

ognuno con i propri pensieri;

dietro gli alberi, cancelli

di ferro delle case private,

le stanze dalle imposte chiuse

in qualche modo deserte, abbandonate,

come se l’artista avesse

il dovere di creare

speranza, ma con cosa? Cosa?

La parola stessa

falsa, un mezzo per confutare

la percezione – All’incrocio

le luminarie delle feste.

Sono stata giovane qui. Prendevo

la metropolitana col mio libretto

come per difendermi contro

questo stesso mondo:

non sei sola,

diceva la poesia,

nel buio del tunnel.

Louise Glück


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