“Una volta prima di una lettura pubblica di poesie avevo molta paura. Sono andata da un albero e gli ho chiesto: “Come faccio?” Lui è stato per un po’ in silenzio, poi ha detto: ” Non essere meravigliosa”. ”
Chandra Candiani, “Questo immenso non sapere”
Non essere meravigliosa, risponde l’albero alla domanda di Chandra, che si ritrova col respiro strozzato dall’ansia -prima di una lettura pubblica- a domandargli “come fare”.
Non essere meravigliosa, ma semplicemente “sii”…
Nella risposta dell’albero respirano radicamento e riconoscimento: due dimensioni intimamente interconnesse.
Nella stanza della terapia mi sono resa conto di come lo sguardo svalutante e quello adorante siano due facce della stessa medaglia: se da un lato ci confrontiamo con la delusione del non essere (mai) abbastanza, dall’altro la fantasia del dover essere sempre all’altezza, e l’angoscia di deludere un’aspettativa, incombono minacciose.
La mia impressione, tuttavia, è che mentre la problematicità di un atteggiamento svalutante risulti abbastanza autoevidente, quando ci confrontiamo con l’idealizzazione -e di conseguenza con il mito della perfezione- la questione si faccia più scivolosa… le prese di posizione più ambigue.
Di questi tempi, più che mai…
… mi vengono in mente infanzie -raccontate nella stanza della terapia- attraversate dal mito del “puoi fare tutto”, dentro la fantasia di nutrire a dismisura l’amor proprio dei propri figli e mi accorgo di come inevitabile ritorni il tema del limite…
… penso a Grimilde, la regina “cattiva”, matrigna di Biancaneve, e al suo rivolgersi ansiosamente allo specchio magico, per avere ogni giorno conferma di essere la più bella del reame, fino all’inevitabile confronto con l’amara verità di aver perso il proprio primato. Nella versione della fiaba dei fratelli Grimm -a cui s’ispira anche il film animato di Walt Disney- la reazione della regina reifica in tutta la sua drammaticità la ferita narcisistica e la rabbia legata all’impossibilità di venire a patti con il dato di realtà che lo specchio rimanda.
… un dato che sembra non poter essere accolto, metabolizzato, e che diviene un elemento da rigettare con tutte le proprie forze.
Qualcosa che non può essere visto, pena la paura di veder andare in frantumi la propria immagine di sé.
Qualcosa che non può essere attraversato, e, allora, si resta fermi. Inchiodati al di qua dello specchio.
… penso ad una serie di storie terapeutiche accomunate dall’idea di una frattura netta tra un Prima (spesso coincidente con l’infanzia) che assomiglia ad una sorta di età dell’oro, costellato di successi e gratificazioni, e un Dopo in cui la realtà sembra irrompere in modo traumatico e inaccettabile, restituendo quote di frustrazioni e delusioni che non possono essere digerite.
Accade, allora, che ci si blocchi, terrorizzati dal fantasma del fallimento, messi in scacco dall’impossibilità di lasciar andare le proprie “grandi speranze”, dentro la paura d’incontrare un vuoto…
… o sei la più bella del reame, o non sei nessuno…
Nella stanza della terapia mi sono ritrovata spesso a raccontare la storia dell’albero di Chandra Candiani, consegnando a chi avevo di fronte quel “non essere meravigliosa”, proprio come mi capita -in tutti quei momenti in cui mi sento come Chandra- di ripeterlo a me stessa.
La risposta dell’albero mi pare un prezioso cambio di prospettiva, rispetto alla risposta dello specchio.
L’albero non risponde con un’indicazione comportamentale, né con una conferma che rassicuri fino al successivo vacillare, ma…
Mi fermo qui, un attimo prima di dire di più, semplicemente perché ci sono frasi che -forse come certi mantra- hanno solo bisogno di essere liberate nell’aria. Frasi che dispiegano il loro senso più intimo nel silenzio di un ascolto personale.
Frasi che -come amuleti- possiamo provare a portarci dentro.
