Bene, vediamo un po’ come fiorisci


Bene, vediamo un po’ come fiorisci,
come ti apri, di che colore hai i petali,
quanti pistilli hai, che trucchi usi
per spargere il tuo polline e ripeterti,
se hai fioritura languida o violenta,
che portamento prendi, dove inclini,
se nel morire infradici o insecchisci,
avanti su, io guardo, tu fiorisci.

Patrizia Cavalli

Leggo i bei versi di Patrizia Cavalli e penso all’energia -e all’impegno- che ci occorrono per far fiorire la nostra vita. Per fiorire noi stessi. 

(Chissà se anche per i fiori è così… )

Impegno è una parola spesso scomoda da pronunciare, in questi nostri tempi, forse perché immediatamente associata ad un’idea di pesantezza, di vincolo e di sforzo. 

Proprio alla luce di questo, mi pare importante riportare in figura il suo nucleo emozionale che -come ci suggerisce l’etimologia- rimanda all’idea del dare-mettere qualcosa di se stessi per il raggiungimento di un obiettivo che ci sta a cuore… 

Alla consistenza delle “relazioni impegnate” sembrerebbe contrapporsi la leggerezza, la libertà del disimpegno, possibilità che seduce, e che spesso appare connessa alla fantasia che le cose possano funzionare a costo zero, senza bisogno di averne cura. 

Che si tratti di un giardino, di una relazione, del proprio star bene, dei propri desideri, poco cambia. 

Star bene -fiorire?- richiede un impegno. Un lavoro. 

Mi sono ritrovata a condividere questo pensiero con una cara amica, stupendomi io per prima della frase appena pronunciata. Una frase che mi è uscita secca, come raramente mi accade. 

Questo impegno non ha la durezza dello sforzo, non parla la lingua dei “dovrei”, ma ha a che fare con la possibilità di non lasciarci soli, sos-tenendoci con una presa capace di una morbida fermezza. 

Una presa che ci man-tenga, restituendoci il coraggio di varcare quelle soglie che ci fanno paralizzare. A volte inchiodati dalla paura, altre dalla possibilità di un cambiamento, tanto desiderato quanto temuto. 

Per quanto possa sembrare paradossale -se si resta ancorati al piano della razionalità- anche nutrire la propria funzione desiderante richiede un impegno. Un esserci per noi stessi, per non scivolare nelle secche della passività , o nell’ inerzia di una posizione rinunciataria.

Far spazio a questi elementi, entro lo spazio della terapia, permette pian piano di far fiorire questa possibilità, attraverso una graduale interiorizzazione della funzione di presenza -esserci per e con- che il terapeuta svolge per i propri pazienti. 


Lascia un commento