Racconto d’ottobre 

Le zucche -non saprei neppure spiegare bene il perché- sono entrate piuttosto tardi nella mia vita. Un gran peccato tra l’altro, dal momento che ho scoperto che mi piacciono molto, e non soltanto sul fronte del gusto. Grazie a loro, ho imparato ad apprezzare i toni caldi ed intensi dell’arancione, il suo non essere solo un colore di passaggio, tra il giallo e il rosso, bensì un colore altro, dotato di una propria personalità ed autonomia. Mi piace pensare che le zucche mi abbiamo permesso di spostare l’arancione dal dominio dell’estate (non so perché, ma prima lo associavo ad un ghiacciolo o ad un evidenziatore …) al tepore denso e suggestivo dell’autunno. E poi, vuoi per le loro forme e dimensioni – Mamma, ma dove crescono le zucche? Da quale posto vengono?- vuoi per le storie e le fantasie che evocano, sembrano ortaggi sospesi tra il reale e il simbolico. Oggetti non completamente riconducibili alla categoria alimentare per intenderci … pena la perdita del loro senso più prezioso?

Sarà per questo che poco digerisco -tanto per restare in ambito alimentare- la traduzione italiana della great pumpkin –grande zucca- di Linus nel #grandecocomero. Ne intuisco e comprendo il senso, ma mi rifiuto di accettarlo: all’immagine di un campo di cocomeri, preferisco di gran lunga l’immagine di un campo di zucche. Specialmente a fine ottobre!

Ho scoperto le zucche tardi, dicevo, ma rivendico il privilegio di averle incontrate una mattina di metà ottobre di qualche anno fa, mentre mi perdevo con mio marito per le strade di Beacon Hill, uno dei quartieri più caratteristici di Boston, durante il nostro viaggio di nozze. Siamo rimasti solo tre giorni a Boston; tre giorni prima di prendere il treno per New York, e proprio la sera del terzo giorno ci hanno rubato in metro la macchina fotografica. E dire che avevamo scattato tante foto, nel corso delle nostre passeggiate, mentre ci aggiravamo infreddoliti e rapiti dalla bellezza inaspettata di una città, inserita quasi per caso nell’itinerario del nostro viaggio, pensandola come una breve parentesi iniziale. Ogni volta che riguardo le foto del nostro viaggio, il pensiero vola a quelle immagini mancanti nell’album; immagini che, forse proprio per questo, pulsano nitide dentro di me, custodendo suoni, profumi, sensazioni, quasi a voler riprendere consistenza e vita fuori…

Boston ci ha accolto in un pomeriggio dal cielo plumbeo, le strade già sferzate da un vento freddo che ci restituiva il sapore gelido e tormentato dell’Oceano. Eccolo l’autunno -credo di aver sentito, prima ancora che pensato- o meglio, eccola la mia idea di autunno, con la città che si veste dei toni caldi dell’oro, dell’arancione, del rosso, a riscaldare, quasi per contrasto, il grigio del cielo.  Eccolo il bellissimo acero solitario, già tutto rosso, che ha iniziato a spogliarsi delle sue foglie che spiccano sul verde intenso del prato del public garden. Ancora qualche giorno, e lo avremmo trovato spoglio. Abbiamo avuto anche momenti col cielo lucido di un azzurro terso, il sole a scaldarci lieve, ma ricordo con maggior nostalgia quelle atmosfere plumbee, forse perché è proprio nel contrasto che l’intensità di certi toni -la luce– sembra emergere più vividamente.

Eccola, la mia great pumpkin, se ne stava nascosta tra le tantissime zucche che abbiamo notato in città, spesso sistemate sui portici di case addobbate con tanta grazia, cura,  per la festa di Halloween: impossibile non fermarsi ad ammirarle, lasciandosi cullare -almeno per qualche momento- dalla fantasia di re-stare. Cercare rifugio….

Mi sorprendo a tornare spesso a quei giorni, specialmente quando arriva ottobre e mi scopro    -ogni anno che passa con un desiderio che si fa più struggente- a ricercare quei colori, quelle atmosfere, quando cammino per le strade della mia città. Mi basta l’olmo di Casetta Rossa che, lento, inizia a tingersi d’oro o la nebbiolina (ebbene sì, a volte accade anche a Roma…) che certe mattine ci accompagna nelle passeggiate/corse per raggiungere la Scuola.

Mi assale la sensazione dolceamara di un riconoscimento fuori tempo: oggi, io dico quell’eccola. Non allora. Oggi riconosco la pienezza preziosa, stra-ordinaria, di quel momento. Oggi. Non allora.

Come se la felicità rischiasse di non essere ac-colta, riconosciuta nel qui ed ora, ma sempre un attimo dopo, irrigiditi come siamo dentro le gabbie dorate delle nostre attese. Dalla fantasia che le cose possano e debbano andare esattamente come diciamo noi, escludendo ombre, limiti, passi falsi, imprevisti. Appesantiti dal rischio, sempre dietro l’angolo, che qualcosa o qualcuno possa guastarci la festa. 

La suggestione del grande cocomero ci pone davanti al dilemma del credere/non credere; mi piace pensare che, quando lo scenario si polarizza, possa essere utile ridefinirlo, proprio per fuoriuscire da una visione che sembra metterci con le spalle al muro. Prendiamoci cura del nostro Linus, proteggiamo il suo credere, consapevoli del fatto che a volta la Vita ci sorprende, offrendoci altro rispetto a quello che avevamo chiesto, un altro che, tuttavia, potrebbe valere la pena accogliere e scoprire….

Questo post partecipa agli esercizi di scrittura degli Aedi Digitali; il pretesto della settimana era #grandecocomero.

IMG_0284
Foto scattate poco prima di fare ritorno a Roma…

Lascia un commento