Bagagli e spiragli

A volte, prima di andar via dallo studio, mi scopro a posare un ultimo sguardo sul divano, dove le persone che incontro si siedono. Ciascuno lascia qualcosa dietro di sè: un paio di occhiali, un ombrello, il fazzoletto caduto dalle mani, un profumo, la propria impronta sul divano. Elementi che seguitano a parlarmi dell’altro, a dispetto della conclusione della seduta, un po’ come spero i semi piantati nel tempo trascorso assieme, continuino a germogliare anche nel Fuori della vita.

Una donna – una paziente…? Quanto poco mi convince questo termine…- che ricordo con particolare piacere,  nel corso della prima seduta mi raccontò di sentirsi come qualcuno che da tanto, troppo tempo, si caricava sulle spalle uno zaino pesantissimo, di cui ignorava quasi totalmente il contenuto. Il timore di andare a vedere cosa vi fosse dentro, l’aveva paralizzata fino ad allora, impedendole di togliersi quel peso dalle spalle per valutare poi più consapevolmente il da farsi. Era arrivata da me presa da quel misto di esasperazione, angoscia e coraggio, di chi sente di essere giunto ad un punto di svolta, pronta a deporre e ad aprire il suo zaino, chiedendomi di accompagnarla in un viaggio che potrebbe sembrare a ritroso, ma che, invece, è sempre in avanti.  Devo a questa donna l’immagine del bagaglio; un’immagine che spesso mi torna in mente, quando penso alle persone – quasi sempre donne- che si rivolgono a me, e alle storie che scelgono di raccontarmi e condividere. A volte mi accade di visualizzarlo, il bagaglio, immaginandolo fisicamente presente, accanto alle mie pazienti, proprio lì, vicino al divano. A ciascuno il suo -mi verrebbe da dire- più o meno pesante, ingombrante, logoro, appariscente, dotato di sofisticati meccanismi di chiusura, o, magari, riempito a tal punto da non poter neppure essere chiuso a dovere. A ciascuno il suo,  nessuno escluso, terapeuta compresa…

BAGAGLIO, dal francese bagage, borsa, carico, fardello, a sua volta riconducibile alla radice indoeuropea PAC, legare, fermare, alla quale sono collegate anche le parole PACCO e PATTO…

Una decina di anni fa ho visto un film di Wes Anderson – Un treno per Darjeeling- che mi è improvvisamente tornato in mente, mentre pensavo alla scrittura di questo post. Ho ricordi sfocati della storia, ma quello che mi è rimasto vividamente impresso nella memoria, è l’immagine dell’incredibile e surreale bagaglio (un voluminoso set di valige del padre morto, tanto apparentemente preziose, quanto invalidanti…) che i tre fratelli protagonisti del film, catarticamente abbandonano nel finale, per riuscire a salire sul loro treno in corsa…

Bagaglio è quel peso che ci sostanzia e identifica, depositario della nostra storia, espressione delle nostre radici; non a caso, c’è un che di archetipicamente angosciante nella fantasia/incubo di venire derubati o smarrire la propria valigia. Eppure, come la radice della parola sembra suggerire, a certe condizioni il bagaglio può divenire talmente ingombrante, schiacciante, da paralizzarci, inchiodarci al suolo.

Penso ad una pienezza che da dimensione arricchente e vitale, diviene elemento che satura; penso ad una consistenza che -oltrepassato un certo limite- si fa peso che impedisce un volo, anziché sostenerlo…

Chi traccia questo limite? Possiede contorni definiti, riconoscibili? Esiste Fuori, o non è, piuttosto, un’intuizione che chiede di essere accolta e sostenuta dal di dentro? Mi tornano in mente le parole di Arianna, quando, introducendo il pretesto della settimana – decluttering- ha evocato le immagini degli alberi che si spogliano delle foglie, ma anche l’azione del tagliare i rami morti…

Sarebbe bello, come gli alberi in autunno, liberarsi dolcemente delle proprie foglie, che sembrano raggiungere l’acme della loro bellezza, tingendosi dei toni caldi dell’oro e del rosso, proprio un attimo prima di staccarsi. Sarebbe bello abbandonarsi a questo passaggio come se avesse un che di naturale. Spontaneo. In realtà, un po’ come accade in fase di potatura, siamo chiamati ad agire, facendoci carico di scelte e posizionamenti che, almeno sul momento, hanno ben poco di leggero. 

Ed è proprio questo il paradosso, per liberarci dei nostri bagagli, per (ri) fare spazio fuori e dentro di noi, dobbiamo staccarci, chiudere, tagliare, svuotare:  compiere, insomma, azioni pesanti. Ecco allora che, a volte, ce ne restiamo con i nostri bagagli-fardelli, incapaci di liberarci.

E, allora, verrebbe da dire, che si fa? Sprovvista di rassicuranti risposte pratiche, l’unica cosa che so fare è raccontarlo, questo passaggio faticoso e complesso che libera e apre creando vuoto, premessa preziosa ed irrinunciabile per rinnovate possibilità di fioritura. Raccontarlo, cercando di fuoriuscire dalle secche dell’autoinganno, confidando sempre nella certezza del ritorno della primavera.

Questo post partecipa agli esercizi di scrittura degli Aedi Digitali; il tema della settimana è #decluttering.


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