Trenoperso. Lo scrivo così, tutto attaccato, come nell’hashtag che Arianna ci propone. Provo a perdermi anch’io, nelle associazioni che questo incontro di parole mi evoca. Vedo Erri, il mio bambino, che fin da piccolissimo ha mostrato una passione per i treni, trasmessagli da mio padre, che in stazione ci ha lavorato. Adora prenderli, raggiungendo ogni volta una destinazione diversa e memorizzando percorsi e nomi di stazioni, ma ama anche restare fermo al binario, lasciandoli scivolare via, mentre osserva come ipnotizzato ogni loro particolare. A lui devo l’apprendimento di nuove parole, che custodisce gelosamente dentro di sè, come piccoli tesori stretti nella manina: treno Vivalto (ed io… ma Erri… non sarà treno Vivaldi? E invece no: è proprio Vivalto…), pantografo, linea aerea…
Anch’io sono affezionata ai treni, ma forse ancor di più all’atmosfera che si respira in stazione: non riesco a descriverla, so solo che per me ha il gusto dolce e malinconico di una giornata d’autunno, il profumo della città dopo la pioggia. Nonostante il brulichio di persone, questo luogo mi restituisce un vissuto di sospensione, proprio di quel tempo situato prima che il viaggio abbia inizio, o un attimo dopo la sua conclusione. Restare… partire… tornare… aspettare: verbi all’infinito che come treni passano; penso a “quell’attimo in cui (tutto) poteva succedere”. Anche di perderlo, un treno.
Per molto tempo, ogni volta che mi sono trovata di fronte a qualcosa che sentivo di rischiare di perdere -un treno, un autobus … -un obiettivo da raggiungere?- ho reagito non provandoci neanche, a cercare di non lasciarmelo sfuggire. Come se vi fosse qualcosa di scomposto, ridicolo, nel mettersi a correre; come se mostrare la forza del proprio desiderio, esporsi al rischio di vedere quella porta che, beffarda, ti si chiude in faccia, avesse per me qualcosa d’insostenibile. Oggi -rassegnata al mio muovermi sempre sul filo del ritardo- mi permetto di correre, non avendo più paura di misurare la forza del mio desiderio e delle mie possibilità. A volte, scompigliata e soddisfatta, salgo sul treno e mi concedo anche un “grazie”, che forse nessuno sente, ma io sì. Altre, il treno è perso, nonostante tutto.
Allora, mi accorgo che il difficile è lasciarlo andare quel treno. Alzarsi dalla panchina. Smettere di aspettare … che cosa poi? Il treno del riscatto? Della seconda possibilità? Dell’assoluzione?
Trenoperso ha per me i contorni di uno spazio che resta vuoto, la consistenza impalpabile eppure schiacciante di un’assenza, il gusto amaro del rimpianto o del rimorso, emozioni che spesso viaggiano a braccetto. Quanto dura il tempo dell’attesa? Quanto, seguitare a stringere tra le mani questa assenza, ci allontana -e difende- dalla possibilità di stare e nutrire quello che c’è, o potrebbe esserci?
Un po’ di tempo fa ho letto un passo molto bello sul lasciare andare; purtroppo non riesco a ricordare la fonte. Diceva più o meno così: “lasciar andare qualcosa o qualcuno implica sì una perdita, ma anche il recupero della propria mano, che torna libera.” Libera di disegnare nuove traiettorie, nutrire nuovi desideri.
Ecco, allora, che trenoperso mi ricorda che, alle volte, è bello e necessario perdere, e perdersi un po’, per ritrovarsi poi su traiettorie impensate, pulsanti di vita e di insperate possibilità.
(Questo post partecipa agli esercizi di scrittura del gruppo Aedi Digitali con tema #trenoperso)