L’oramai stranota vicenda del fertility day ha scatenato un’ondata di critiche e polemiche in larga parte condivisibili, sulla scelta incompetente ed inaccettabile dei contenuti e delle immagini che caratterizzano questa campagna informativa di (presunta) prevenzione e tutela della fertilità. Ma, come tutte le reazioni di pancia -tanto per restare in tema- la mia impressione è che la carica aggressiva ed indignata che caratterizza la gran parte degli interventi letti sul web e sulla stampa, finisca per lasciare in ombra degli aspetti che sembra più facile –indolore?– rifiutarsi di vedere, negare. È su questo livello, che vorrei provare a spostare l’attenzione, non per dissociarmi dalle critiche rivolte ad una campagna francamente indifendibile, ma per provare a riflettere su qualcosa che, forse, si cela, grattando la superficie di tutta questa indignazione.
Quando ho visto per la prima volta l’immagine della giovane donna ridicolmente ammiccante con la clessidra in mano (La bellezza non ha età. La fertilità sì) ho provato irritazione e sgomento per il misto di ipocrisia, velato sadismo e falsità che l’insieme mi trasmetteva, e non credo di essere stata l’unica. Credo di essere rimasta colpita in modo particolare dal sorrisetto ambiguo, perché francamente fuori luogo, della protagonista: cosa sor-ridi, verrebbe da dire?
Ma sbollita la rabbia, è rimasta la clessidra ed il suo rimandare ai limiti temporali di una fertilità che spesso finisce per essere data per scontata, alla stregua di una potenzialità da sfruttare al momento giusto, quando le condizioni saranno sufficientemente adeguate per mettere al mondo un figlio, quando ci si sentirà pronti, come coppia, o semplicemente come donne. La consapevolezza del tempo che passa è presente come informazione, ma al contempo finisce per essere accantonata, scacciata come un pensiero molesto, da rimandare, appunto, ad un momento imprecisato. Il momento giusto.
Dentro questi tempi segnati tanto pesantemente dalla precarietà, la fertilità sembrerebbe essere simbolizzata, più o meno inconsapevolmente, come una dimensione di sè che può essere gestita, controllata; qualcosa di cui poter disporre al di fuori del tempo. Qualcosa di stabile, dentro tanta instabilità.
Indubbiamente, gli importanti progressi compiuti nell’ambito della procreazione medicalmente assistita contribuiscono a sostenere e rafforzare tale rappresentazione, fornendo delle possibilità d’intervento in tante situazioni che, in passato, sarebbero state classificate come infertili. Si tratta, comunque, di percorsi complicati e faticosi, non privi di zone d’ombra, e di costi, non solo economici, che non tutti sono disposti o in grado di sostenere. Inoltre, verrebbe da dire, la clessidra resta e mi pare riduttivo leggere la sottolineatura di questo aspetto unicamente nei termini di una colpevolizzazione delle donne o di una pressione, ottusa e reazionaria, a darsi una mossa, tanto per citare un altro infelice slogan del fertility day.
Prendere atto realmente dei limiti, non solo temporali, della propria fertilità non mi sembra, oggi, un’operazione così scontata, anche alla luce di una tendenza più generale a cercare di negare, contrastare, lo scorrere del tempo dentro la fantasia/pretesa di una giovinezza ad oltranza, così fragile e fasulla. Guardarlo, questo limite, possibilmente quando è ancora linea dell’orizzonte, diviene occasione per posizionarsi più consapevolmente rispetto al proprio desiderio.
Ascrivere alle sole questioni economiche il fatto che in Italia il tasso di natalità sia tra i più bassi d’Europa, mi pare un modo per liquidare il tema in modo troppo semplicistico, nonostante l’indubbia rilevanza di questo fattore. Riduttivo mi pare anche trincerarci dentro una reazione rabbiosa, a volte tendente al vittimismo (vorrei, ma non posso, a causa di qualcos’altro/qualcun altro), altre al sarcasmo (uno slogan tra tanti: ho tolto le pile dell’orologio biologico, le ho messe nel vibratore), difendendosi da un contatto con le proprie emozioni più profonde, unica strada possibile per incontrare il proprio desiderio e metterlo in rapporto con la realtà ed i suoi limiti. Un incontro non facile e dall’esito a volte non scontato. Un incontro che, magari, mette in crisi fantasie progettuali, piani immaginati da tempo, esponendo all’ambivalenza dei propri desideri, alla difficoltà di far tornare i conti, scoprendo magari di dover apprendere una matematica diversa; alla frustrazione e al dolore di accettare, talvolta, che i conti non torneranno mai, perché, anche al netto di tutta la prevenzione possibile, non tutto dipende da noi.
Eppure, nel riconoscimento della complessità del tema e della fertilità stessa, aspetto soggetto alla logica inconscia del desiderio, e non solo alla logica prevedibile e controllabile dell’uomo, è possibile individuare potenzialità che, se da un lato disorientano, dall’altro aprono a possibilità che si situano al di fuori del nostro controllo. E allora, anche il tempo biologico reificato dalla clessidra, mi appare preceduto e per certi versi attraversato dal tempo del desiderio...
