Restiamo umani

Restiamo umani.

È da giorni che questa espressione mi risuona dentro: la attraverso e riattraverso, mentre le parole che la compongono divengono oggetti che non mi stanco di manipolare, stringendoli tra le mani, nel tentativo magico ed illusorio di scoprirne il segreto. L’essenza.

In questi tempi, così profondamente segnati dal mito della rapidità, le parole sembrano correre sempre molto veloci: arrivano subito, ma altrettanto fulmineamente, mi pare, rischiano di essere liquidate, rimosse, soppiantate, dal messaggio successivo, dentro un flusso che, per definizione, non sembra lasciar molto spazio al pensiero. Penso, parallelamente, all’immediatezza di certe condivisioni (come dire, basta un clic), spesso effetto di un automatismo che ha smarrito il senso più autentico e profondo dell’atto stesso del condividere.

Dentro premesse di questo tipo, la comunicazione e il pensiero non possono che viaggiare sulla superficie delle cose: abbiamo guadagnato in velocità, ma rischiamo di perderci, lungo la strada, elementi connessi alla “profondità”. Implicarsi dentro qualcosa, esplorare, approfondire, addentrarsi, sono operazioni che richiedono un tempo e che richiamano, a loro volta, un altro verbo, quale premessa indispensabile:                             RESTARE

Sospendere la corsa, dunque, per scegliere, consapevolmente, di fermarsi, il tempo necessario. È in questo arresto che individuo il cuore dell’espressione restiamo umani; posizione che non ha nulla a che vedere con la passività impotente del blocco, o di certe attese, implicando, al contrario una resistenza. Si resta, per dar tempo al pensiero di dispiegarsi e comprendere; si resta per mettere insieme i pezzi, al fine di comporre una visione più lucida e realistica, con le emozioni che incontrano e completano il pensiero; si resta -mi verrebbe da dire- per non smarrire la propria umanità, altro termine troppo spesso svilito e logorato dentro accezioni retoriche e buoniste.

Restiamo umani è, per me, un’esortazione che tocca le corde dell’impegno e della responsabilità, un atto dovuto, oserei dire, più che un atto di carità … Un invito a sforzarsi, anche e sopratutto nei momenti più complicati, di fermarsi e provare a guardare e a capire davvero, mettendo in conto la fatica, la confusione, la frustrazione che un’operazione di questo tipo richiede, lasciandosi attraversare dal dubbio, senza aver fretta di chiudere, etichettare, dandosi cosi la possibilità di sentire e com-prendere…

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Questa settimana ho scattato qualche foto, concedendomi qualche attimo di pausa nei miei giri mattutini nel quartiere della Garbatella: angoli silenziosi, scorci, dettagli, resi ancora più suggestivi dalla luce del mattino, e dai bellissimi colori dell’autunno. Piccole tregue, arresti, a ricordarmi che la bellezza va cercata e vista, riconosciuta e di come spesso si nasconda in luoghi inaspettati. È anche a partire da queste brevi soste quotidiane che si coltiva la capacità di restare (umani), che è anche opportunità e dono per noi stessi. Mi fa piacere che alcune di queste foto accompagnino e completino queste parole, stabilendo con esse una connessione di tipo emozionale, più che contenutistico-razionale.
Concludo con una postilla che sarà scontata per molti, ma comunque per me doverosa, rispetto all’origine dell’espressione restiamo umani. Restiamo umani era -è- l’adagio con cui Vittorio Arrigoni -il reporter e attivista italiano rapito ed ucciso a Gaza da un gruppo terrorista nell’aprile del 2011- concludeva i suoi articoli dalla striscia di Gaza, incipit di una frase più ampia:

Restiamo umani,

anche quando intorno a noi

l’umanità pare si perda.

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