Avevo anch’io una sorella, una sola
,
era pazza di me, come io di lei.
Le confidavo i miei piccoli dispiaceri
come un paziente abbracciato alla nurse,
e quel malessere oscuro del cuore
che si vergogna anche di un occhio amico.
(S. T. Coleridge)
)
Quando si è trattato di scegliere il titolo di questo post, mi sono tornati in mente alcuni versi di una poesia di Wislawa Szymborska, il cielo:
La divisione in cielo e terra
Non è il modo appropriato di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.
Provo quindi a partire da qui, da questi segni particolari -incanto e disperazione- che mi paiono una possibile definizione di un libro letto questa estate che mi ha colpita profondamente: “I miei piccoli dispiaceri” (editore Marcos y Marcos), ultimo romanzo della scrittrice canadese Miriam Toews. Il libro affonda a piene mani nella storia -e nella materia viva dei sentimenti- della narratrice, muovendo da un evento autobiografico: la perdita dell’amata sorella, morta suicida nel 2010. I miei piccoli dispiaceri ripercorre la storia del rapporto tra due sorelle, tanto visceralmente unite, quanto distanti, nelle vicende di vita e negli aspetti di personalità. Elfrieda -Elf- la maggiore, geniale pianista, da sempre accompagnata (incalzata?) da un’aura di perfezione, sembrerebbe possedere tutte le doti per accedere alla felicità, dentro la sua esistenza apparentemente invidiabile: così quantomeno ce la restituisce lo sguardo ammirato e amorevole della sorella minore Yolandi -Yoli- la voce narrante, la cui vita densa di disorganizzazione, passi falsi, fatica e precarietà esistenziale, sembra fare da contraltare a tutta questa perfezione. Eppure, a pochi mesi da una prestigiosa tournée teatrale che dovrebbe condurla in giro per il mondo, Elf sente e decide che il dolore è divenuto oramai insostenibile e che non vuole più vivere. È da qui che ha inizio questa storia, ed è qui che mi fermo, sul versante della trama, in parte per non rischiare di anticipare troppo, in parte perché, ciò che vorrei tentare di raccontarvi è quello che ho amato di questo libro; qualcosa di decisamente controintuitivo, rispetto a quanto in apparenza emerge. In tal senso, restare sulla trama sarebbe davvero fuorviante.
Provo a spiegarmi meglio. I miei piccoli dispiaceri potrebbe far pensare ad un libro cupo, deprimente, se ci si accosta alla trama dentro un’ottica fattuale, invece, a mio avviso, trabocca di vita, e ci restituisce una realtà complessa, spesso incoerente, fatta di luci e di ombre, tratteggiata con un’ironia profonda e toccante, nella sua apparente leggerezza. Il registro stilistico della Toews mi fa pensare al funambolo che si muove lieve e deciso sul filo, realizzando qualcosa di straordinario con apparente naturalezza. Leggere questa storia mi ha posto davanti ad un “problema di definizione”: che cos’è per me l’ironia? O meglio, che tipo di funzione è in grado di svolgere nel contesto di questo libro, e non solo?
Penso all’ironia nei termini di una competenza a restituire il giusto peso agli eventi, situandoli in un contesto più ampio; penso ad uno sguardo che, non senza fatica e sofferenza, riesce a mantenersi aperto, così da accogliere al suo interno tutta la complessità, spesso incoerente e contraddittoria, del reale. Penso alla possibilità di resistere alla tentazione delle semplificazioni lineari, all’accettazione del fatto che spesso “i conti non tornino”, o quantomeno non nei tempi e termini da noi previsti e sperati.
Lo sguardo ironico è, per definizione, uno sguardo com-prensivo, nell’accezione etimologica del termine: uno sguardo che “tiene assieme”, abbraccia, lontano dagli autoinganni proiettivi del sarcasmo, ma anche dagli eccessi di un giustificazionismo che infantilizza. È, in tal senso, uno “sguardo giusto”, capace di produrre una visione sulla realtà (interna od esterna) restando accanto, restando assieme, all’oggetto.
In ambito psicoterapeutico la possibilità di accedere, finalmente, al registro ironico si configura come un passaggio cruciale nelle narrazioni di alcuni pazienti, e parallelamente nella relazione terapeutica. É un punto di arrivo che, mi preme ribadirlo, non ha nulla a che vedere con la sdrammatizzazione difensiva di chi dietro una battuta (si) nasconde: in questo caso, un po’ come nel romanzo della Toews, la possibilità di sorridere si pone quale esito di un attraversamento che ha reso possibile il riconoscimento e la creazione di una visione più ampia, dove la vita, ha ripreso a fiorire, accanto alle zone d’ombra.
I miei piccoli dispiaceri è un libro sull’amore fraterno (e sull’amore in generale), la storia appassionante e mai didascalica di un sentimento che vorrebbe smuovere le montagne ma che, ad un certo punto, è costretto ad arrendersi alla volontà/limite dell’altro.
Eppure, è proprio in questa resa, tanto lacerante e dolorosa, che per Yoli diviene nuovamente possibile raggiungere Elf, vederla ed accoglierla nel suo desiderio. Farle arrivare il suo amore, sentimento che resta, spogliato oramai di ogni pretesa di cambiamento della sorella.
Un po’ per deformazione professionale, un po’ per indole, cerco di tenermi quasi sempre alla larga dai consigli; se, tuttavia, avete anche voi come me un’amata sorella, o più semplicemente il desiderio e la disponibilità ad immergervi in una storia che entri dentro la pelle, toccandovi nel profondo, questa storia potrebbe fare al caso vostro.

