Credo che scriverò una serie di post su alcuni oggetti che mi appassionano, per provare a portare lo sguardo, e con esso le emozioni e il pensiero, su territori che abbiano a che fare col piacere e col bello. Siamo spesso così abituati a stare dentro assetti/spazi problematici e disfunzionali – siano essi spazi reali, virtuali, o interiori, poco cambia- a far girare il pensiero dentro i soliti circoli viziosi, da rischiare di non disporre quasi di un vocabolario e di una familiarità a costruire narrazioni su quanto ci possa far stare bene. Devo questa lezione a Mario Bertini, direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute di Roma, alla sua preziosa intuizione su come il pensiero e la parola, controintuitivamente, tendano ad incepparsi, esitare, se non addirittura bloccarsi, dopo un vago “sto bene”, a differenza di quanto accada nei territori del malessere.
Penso a come, anche in psicoterapia, il paziente che riesca, magari dopo tanto tempo e sofferenza, a portare qualche contenuto più vitale e rasserenante, possa avvertire un senso di disorientamento e disagio, riconducibile alla fantasia di non sapere, a quel punto, di cosa parlare. Come se, in altri termini, in materia di benessere (termine che, ad essere sincera, non amo, ma, appunto, non trovo un’altra parola…) ci fosse molto poco da dire, un po’ come di fronte ad uno spazio vago, troppo frettolosamente liquidato. Ecco, a mio avviso, in quello spazio vago ė importante provare a re-stare, al fine di renderlo più familiare e fargli acquisire consistenza e definizione, affinché le zone d’ombra possano a loro volta relativizzarsi, rendendo possibile la creazione di una visione d’insieme più complessa ed integrata, capace di contenere le luci, come le ombre….
Oggi vorrei parlarvi del mio incontro con una poesia, e con una poetessa, scoperta per caso, su una pagina Facebook, meravigliose malattie; era una calda giornata d’agosto di due anni fa, e stavo rientrando da una settimana di vacanza all’isola d’Elba con la mia famiglia -la prima in tre al mare- una settimana tanto bella quanto impegnativa, presa da quel senso di dolceamara malinconia che caratterizza certi rientri, e certe prime volte. La poesia in questione, è Oggi rammendo, di Francesca Genti, poetessa torinese
OGGI RAMMENDO
il nido
il maglione bucato.
il manto dell’edera
le parole rosso sangue
il futuro il presente il passato.
voglio provare a fare la pace
voglio provare a intenerire il creato.
E’ da qui che è iniziato il mio viaggio alla scoperta di questa poetessa, classe 1975. Non credo che una poesia chieda o necessiti di essere spiegata; la penso e sento, piuttosto, nei termini di un evento con cui provare ad entrare in risonanza.
Oggi rammendo è per me una poesia sulla riparazione, parola a cui sono profondamente affezionata, in quanto connessa ad un processo – quello del riparare, appunto- tra i più preziosi e vitali che riesca ad immaginare, a dispetto della sua vocazione minoritaria, in questi tempi spesso dominati dalle logiche dell’usa e getta, della sostituzione rapida ed indolore, del reset, apparentemente a costo zero.
Eppure, resto convinta che, quantomeno sul versante psicologico, accedere ad una possibilità riparativa (laddove possibile) rappresenti un passaggio nodale di un percorso psicoterapeutico, perché riuscire ad offrire od offrirsi una possibilità riparativa è, prima di tutto, un regalo che facciamo a noi stessi. Nel riparare -sia che siamo noi a farlo in prima persona, o a concedere all’altro tale possibilità- di fatto noi ci ripariamo, nell’accezione polisemica del termine: il riparare, quindi, come atto di pacificazione e ricomposizione di una frattura, ma anche come atto protettivo.
Ma torniamo alla poesia. Oggi rammendo è un componimento che procede per immagini; rappresentazioni che mi sembra di poter toccare, in ragione della loro concretezza, meravigliose nella loro ordinarietà: il nido, il maglione bucato, le parole rosso sangue, il manto dell’edera. Penso ad una poesia saldamente ancorata al reale, incarnata, e forse anche per questo poetica, nel senso etimologico del termine. Poesia, in fondo, condivide la radice col verbo greco poieo, fare: è dunque parola concreta, molto meno eterea e volatile -nella sua origine- di come certe concezioni più platoniche, potrebbero lasciar intendere. La cifra stilistica di questa poetessa, a mio avviso, consiste nel produrre visioni attuali della realtà, capaci di rendere visibile quel potenziale simbolico-affettivo che solo certi sguardi sono in grado di cogliere e restituire, in questo caso, attraverso la parola poetica. Dentro questo tipo di concezione, il poetico non si situa in un altrove distante ed idealizzato, bensì in un qui ed ora, che appare realistico eppure trasfigurato, al contempo: bello, ma di una bellezza imperfetta, a tratti crudele, a tratti contraddittoria, come la vita sa essere.
Poetico, forse, è una qualità dello sguardo, una competenza ad entrare in risonanza con il reale, stabilirci una relazione, prima ancora che una caratteristica della realtà. Per questa ragione, la fantasia/pretesa di dover essere stimolati, affascinati, emozionati, passivamente dell’esterno, mi pare un posizionamento limitante e forse anche un po’ fuorviante …. penso ad una frase molto in voga di questi tempi: “non mi hai emozionato…” Ma questa è un’altra storia, ed io, come al solito, divago….
Vi lascio con qualche altra poesia di Francesca Genti e con il link del sito internet della casa editrice che lei e un’altra poetessa -Emanuela Dago- hanno fondato (Sartoria Utopia), qualora aveste voglia di addentravi in questo loro affascinante mondo. Degno di nota come i libri da loro pubblicati siano degli oggetti poetici, non solo nel contenuto, ma anche nella forma, in quanto realizzati a mano (ciascuno con dei piccoli dettagli diversi), coerentemente con quella visione del fare poesia, che accennavo in precedenza.
IO SONO LA RAGAZZA CON LA VALIGIA
E ho un cappotto blu
vado di notte.
Su questo lungomare che è la vita.
E il vento batte sulle palme scardinate
la pioggia batte sulle stagioni andate
il mare scardina le barche di immigrate.
Io sono qui. Ti aspetto alla frontiera.
Al guinzaglio dell’orso della luna,
il fango nelle mani, per fare un neonato.
Tu aspettami inchiodato, nella sera.
EVENTUALMENTE IL DOLORE
può nevicare forte-delicato
(molti ciliegi giapponesi in fiore).
o può ronzare inesorabilmente
(un calabrone-killer sopra un prato).
può somigliare:
a spiagge norvegesi
a un agosto torrido in città
a un cane piccolo che chiede l’elemosina
e addirittura alla felicità.
ILLUMINAZIONE DAVANTI AL BANCO DEI SURGELATI
anche la sofferenza
ha la sua data di scadenza.
