Mi capita spesso -in questi giorni cosí complicati per l’Europa- di ripensare a un film visto questo inverno: “Due giorni una notte” (2014) dei fratelli Dardenne. Ci sono film – ma il discorso potrebbe essere generalizzato a tutti gli “stimoli” con cui entro in contatto- che nell’immediato mi colpiscono, ma che presto svaniscono dentro di me, come certe essenze troppo volatili; altri resistono alla prova del tempo, lasciandosi dietro una traccia preziosa. Puó trattarsi di una sensazione, di un’impressione, piuttosto che di una frase, di una scena ben precisa: per me é l’indizio di un incontro riuscito. Di un’occasione colta. Sarà per questo che, col tempo, ho sentito di poter valorizzare alcuni aspetti di quella cautela che mi contraddistingue: stante l’importanza della prima impressione, certe esperienze hanno bisogno di decantare e dispiegarsi entro un lasso di tempo, prima di poter essere comprese e, soprattutto, prima di poter produrre il proprio effetto. Un effetto che, a quel punto, risulta limitante ed improprio pretendere di ricondurre entro le categorie del “mi piace/non mi piace”; è qualcosa che, forse, ha più a che fare con l’intensità, la potenza dell’oggetto in questione.
“Due giorni una notte”, mi ha colpito e convinto da subito, ma, soprattutto, mi ha dato da pensare, conferendo consistenza e durata all’emozione iniziale: peso e pensiero, non a caso, condividono la stessa radice, ma questa è un’altra storia… Il film racconta il difficile e denso week end di Sandra, operaia e madre di famiglia, che lavora presso una piccola fabbrica di pannelli solari: alla vigilia del suo rientro a lavoro dopo un periodo di depressione, si ritrova drammaticamente posta di fronte alla fattualità di un suo imminente licenziamento, deciso dalla votazione dei colleghi, chiamati a scegliere tra il suo posto di lavoro e un bonus di mille euro per ciascuno di loro. Sandra ha commesso un passo falso – sembrerebbero suggerire implicitamente i registi- è stata sopraffatta dalle proprie zone d’ombra, ha ceduto alla propria fragilità, lasciando temporaneamente il proprio impiego perché malata (ma poi, questo male di vivere, sarà davvero una malattia?) ma il ciclo produttivo, con le sue logiche spietate, appena celate da una parvenza di giustizia e rispetto per i diritti dei lavoratori, non perdona e non aspetta, presentando al momento debito il suo conto. Sandra, interpretata dall’intensa Marion Cotillard, sembra camminare sul bordo di un precipizio, sospesa tra un dolore muto ed impotente e il tentativo di tenere accesa una speranza, continuando, nonostante tutto, a procedere, a delineare possibili modalità di intervento sulla realtà. Grazie alla presenza calda e supportiva del marito, dei suoi due bambini e di una collega, figure che sembrano continuare a mantenere viva la fiducia, anche nei momenti in cui Sandra rischia di non sperare più, la donna accetta di mettersi in gioco, condurre la propria battaglia per la difesa del posto di lavoro. Nel breve ma denso spazio di un week end, Sandra, dopo aver ottenuto di far ripetere la votazione, contatta e cerca di incontrare i sedici colleghi per convincerli a votare per lei, mettendo in discussione quello che sembrava un finale già scritto. Riuscire ad appropriarsi pienamente di questa battaglia, passa attraverso un processo di riconoscimento e autentica legittimazione del proprio desiderio; è questo, a mio avviso, il cuore della vicenda, passaggio niente affatto scontato. Nel confronto con i suoi interlocutori, la donna ritrova gradualmente la propria voce, si riconosce la possibilità di esprimere le proprie istanze, trovare le parole per mettere davanti all’altro -e a se stessa- il proprio desiderio. È questa la sua vittoria: lo scoprirsi, anche grazie alla presenza di una preziosa e amorevole rete di supporto, capace di reagire, non arrendendosi alla visione della realtà passivizzante e mortifera che il potere incompetente, simbolizzato in questo caso dai vertici della fabbrica, tenta di imporre.
Non c’è, in altri termini, in gioco unicamente il posto di lavoro, ma ciò che questo rappresenta:
nel caso di Sandra, la possibilità di recuperare la propria vitalità, la propria produttività (nell’accezione più ampia del termine) a valle di un periodo difficile.
Ecco, quindi, che la questione è legittimarsi a chiedere, a prescindere dalla risposta che si otterrà: ciò che, infatti, più caratterizza il vissuto depressivo, è quel misto di colpa, impotenza e passività, organizzato attorno alla fantasia di aver perso la capacità di esprimere la propria richiesta, prima ancora che la paura di vederla frustrata.
Come finisce il film? (Attenzione, spoiler inevitabile) Finisce bene e male al contempo, direi, un po’ come talvolta accade nella realtà. C’è una battuta che la protagonista dice al marito che potrebbe ben rappresentare la traccia che il film mi ha lasciato:
… non importa come sia andata a finire: quello che conta è che ci siamo battuti bene… Ora sono felice…
La battaglia di Sandra le ha permesso di mettere in discussione la fattualità di una visione dominante che sembrava inizialmente insindacabile, portandola a compiere un atto di rifiuto radicale della stessa; atto che probabilmente mai avrebbe neppure immaginato all’inizio della vicenda. Se questo la rende perdente sul piano letterale della questione, di fatto, beni molto più rilevanti le fa guadagnare sul piano simbolico-affettivo, tanto da portarla a dire di sentirsi di nuovo felice. Finalmente. Un sentimento che affonda le radici nella possibilità di sentirsi libera dal ricatto e fiduciosa nelle prospettive future che si sente in grado di concorrere a delineare e a promuovere.
La battaglia di Sandra e dei suoi cari, mi ha fatto pensare alla battaglia di Alexis Tsipras e del popolo Greco, a quell’eccesso di semplificazione che, pretendendo di ricondurre la lettura degli eventi a categorie dicotomiche -in questo caso, in primis, chi vince e chi perde- molto poco si presta alla possibilità di comprenderli davvero.
C’è un livello letterale di lettura degli eventi, ma ne esiste anche uno simbolico affettivo: il primo tende a fattualizzare la realtà, il secondo ad interrogarla. L’equivoco, come mi capita di constatare nel setting psicoterapeutico, ma anche nella vita di tutti i giorni, consiste nel pensare il piano simbolico-affettivo nei termini di un livello astratto, scisso dalla concretezza nuda e cruda della realtà, liquidandolo, quindi, come qualcosa di velleitario ed aleatorio. Eppure, la possibilità di comprendere relazioni e contesti, non può che passare attraverso il riconoscimento e la presa in esame di tale livello, sia che si tratti di una piccola storia, come quella di Sandra, che della Storia con la esse maiuscola.
Come é vero quello che dici… Orientati come siamo alla concretezza e alla necessità (spesso imposta dalle nostre vite) di ottenere risultati tangibile e immediati,ci dimentichiamo di, non solo valorizzare, ma anche solo vedere, il senso simbolico ( e dunque più propriamente intrinseco) delle nostre azioni.. Cercherò di fare tesoro di questa riflessione che tra l’altro trae spunto da un film che ho molto amato anche io.
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